Spazio Forma, Gianni Berengo Gardin riletto da amici e conoscenti illustri

A quasi 90 anni c’è ancora spazio per ammirare un Gianni Berengo Gardin inedito.

È quello suggerito dagli occhi di amici e conoscenti. 24 personaggi illustri, tutti in varia misura estimatori del fotografo genovese adottato da una vita da Milano, hanno riletto alcune delle migliaia di foto scattate nel corso della carriera settantennale, da uno degli interpreti del genere più ammirati del panorama italiano. Attori, sociologi, giornalisti, scrittori, in mezzo a colleghi fotografi, commentano un autentico poeta dell’obiettivo, discreto e rispettoso del soggetto indagato.

Fotonarratore sensibile, è il ritratto che emerge anche da alcune opinioni nei commenti che corredano le immagini in bianco e nero esposte, dandone una propria interpretazione, in alcuni casi personalissima. “Un sacerdote di umana, semplice bellezza”, per usare le parole di Carlo Verdone. Fino al 2 agosto il giovane spazio milanese di Forma Meravigli – gestito dalla Fondazione Forma – che cura già l’archivio di Berengo Gardin, offre una vetrina privilegiata alla sua comprovata esperienza, nella mostra Come in uno specchio. Fotografie con testi d’autore.

gianni Berengo gardin - -

Le immagini variano temporalmente dagli anni “50 alle più recenti riproduzioni. Nel percorso affiora un interesse particolare dell’autore per Venezia, che appare chiaro nella proposta di almeno una manciata di foto selezionate – una coincidenza davvero particolare – dove spiccano simboli riconosciuti della Serenissima, in questo caso riportati ad una dimensione insolitamente “normale”, nonostante la fama consolidata. Su tutti spiccano le Fondamenta delle Zattere, scelta dal vicepresidente del FAI, Marco Magnifico.

Singolare la doppia foto suggerita dal fotografo Ferdinando Scianna, che mette vicino due composizioni distanti tra loro 16 anni con lo stesso soggetto, un’automobile su una spiaggia, in contesti diversi: Gran Bretagna 1977, Normandia 1993. Questo “gioco” per affermare poi una teoria molto semplice, che ciascuna immagine non riproduce mai due volte lo stesso oggetto.

Dall’itinerario delineato traspare che quello sociale, in senso stretto, è ambito di indagine attenzionato in maniera particolare da Berengo Gardin. Si veda l’Istituto Psichiatrico di Firenze, del 1968, indicato da Marco Bellocchio, che crea un parallelo tra gli “ergastolani manicomiali” e i prigionieri di Auschwitz, differenziandoli solo in base alla mente, perduta dai primi, e capace di ricordare le atrocità subìte quella dei secondi. Nel suo messaggio il regista lancia anche una provocazione, parlando di “nobilissima utopia”, quella fondata sull’illusione che con la chiusura dei manicomi, la nostra società non avrebbe prodotto nuovi malati di mente.

gianni berengo gardin ___

In mezzo al tema sociale, indubbio pilastro della sua produzione, non mancano alcune escursioni su altri terreni, che Berengo Gardin non ha mai fatto mistero di prediligere. Citiamo Osaka, del 1993, un omaggio all’impegno del maestro, che tra i vari progetti si è speso anche nel documentare numerose fatiche progettistiche di Renzo Piano. Una produzione sconfinata, quella del fotografo genovese, che nel suo lungo corso professionale ha prodotto non solo materiale visivo, pubblicando anche oltre 250 volumi fotografici, e dedicando reportage e monografie per le maggiori industrie italiane, come l’Olivetti.

Nel “tempio” milanese della fotografia contemporanea, insomma, c’è un ospite da scoprire sotto una luce nuova. La mostra è accompagnata dal libro Vera fotografia, edito da Contrasto.

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