Milano, l’arte socio-rivoluzionaria di Kendell Geers alla M77

A settembre la galleria milanese M77 rimette in moto il ciclo culturale con la rivoluzionaria personale dell’artista e attivista sudafricano Kendell Geers.

A cura di Danilo Eccher, la mostra OrnAmenTum’EtKriMen, dal 21 settembre a sabato 30 gennaio 2021, unisce le componenti animista e mistica, sciamana e alchimista, punk e poeta, per sviluppare un approccio all’arte psico-socio-politico, in cui etica ed estetica dialogano bene, e dove l’esperienza dell’apartheid vissuta sulla pelle dall’autore, viene messa tutta al servizio dell’allestimento.

Un corpo di opere storiche in cui le installazioni site-specific sono progettate per interagire con gli interni della galleria, con l’artista che crea un itinerario la cui combinazione di materiali diversi e il forte impatto dato dal suo sapiente uso di colori e motivi originano una serie di riferimenti incrociati e contrasti intesi a minare le credenze care all’osservatore.

Osservatore che è consapevolmente o inconsciamente immerso in un ambiente attraente ma che si dimostra in realtà inospitale e potenzialmente pericoloso. Il sostrato socio-culturale su cui si muove Geers, di origine europea ma africano di nascita, comprende l’esperienza di apartheid che la sua famiglia ha subìto e che lo ha segnato profondamente, così come l’operazione artistica con cui ha spostato la sua data di nascita al 1968. E dopo aver raggiunto Londra nel 1988 in fuga dal regime militare, nel 1989 si trasferisce quindi a New York, trovando impiego come assistente di Richard Prince. E nel 1990, a seguito del rilascio di Mandela torna in patria per sostenere la costruzione della nuova democrazia sudafricana.

Kendell Geers, Hanging Piece (1993)

Dai primi Novanta ha preso parte a numerose esposizioni di fama nel mondo, dalla Biennale di Venezia al MAAXI di Roma. Il titolo della mostra riprende quello di un saggio del 1908, Ornamento e Crimine dell’architetto austriaco Adolf Loos, pioniere dell’architettura moderna che considerò le decorazioni sulle facciate degli edifici un eccesso inutile, persino pericoloso, guidando il corso dell’architettura verso il concetto di funzionalità. Il centro dell’esposizione è l’invocazione potente sul tema dell’amore, che avviene attraverso la mediazione della natura morta.

I fiori recisi che troviamo in mostra, retaggio della tradizione pittorica classica, potrebbero infatti essere il simbolo più preciso dei nostri tempi. I fiori sono stati tagliati dalle loro radici e sono sostenuti, solo per un breve momento, dall’acqua nel loro vaso. Una bellezza destinata quindi a durare ancora poco. L’esposizione si apre invece con Hanging Piece, installazione site specific del 1993, con pesanti mattoni di argilla che pendono dal soffitto sospesi da cappi realizzati con corde rosse. Il visitatore viene in questo moso chiamato a farsi strada in questa pioggia di mattoni, simbolo minimalista, in uno spazio scandito da tre profetiche insegne al neon del 2003, che illuminano ad intermittenza le parole Danger Terror Border.

Un’installazione dall’effetto straniante amplificato da un pavimento specchiante che raddoppia l’esperienza, portandola ad una dimensione surreale, quasi onirica. La personale è arricchita da stampe lenticolari, fotografie di fiori e piante, dipinti di nature morte e sculture, dove la sensazione di alienazione si rinnova attraverso una carta da parati site-specific e la sensazione di pericolo viene rafforzata dall’uso di frammenti di vetri rotti, minacciosi ma esteticamente affascinanti, che rimandano al suo iconico Autoritratto del 1995, una bottiglia rotta di birra Heineken.

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