Margaret Bourke-White, a Palazzo Reale la primatista della foto del ‘900

L’autunno dell’arte nel capoluogo milanese offre prospettive interessanti, a giudicare dalle prime proposte inaugurate in questo scorcio di stagione. A questo proposito, dal 25 settembre Palazzo Reale ha aperto il sipario per la prima volta in Italia sulla luminosa figura della statunitense Margaret Bourke-White (1904-1971).

Un personaggio chiave dell’immagine del primo Novecento, costruitosi nel tempo grazie ad una dedizione profonda all’obbiettivo, e capace di inanellare in tempi piuttosto rapidi una serie di primati incredibili per una donna in un’epoca in cui la professione era quasi un monopolio maschile, diventando così un modello al femminile anche al di fuori del suo campo. E questo grazie anche – ma forse sarebbe il caso di dire, soprattutto – a quel coraggio inaudito che l’ha convinta ad esplorare i contesti più disparati del mondo, arrivando fino all’Artico, e le tematiche più diverse, riuscendo sempre a mantenere comunque intatta una professionalità e una vivacità indomita di natura. Forse due matrimoni accantonati nel giro di pochi anni spiegano bene questo suo lato caratteriale, che di contro, sul lavoro ha pagato indubbiamente moltissimo.

Un ardore che per sua ammissione avrebbe voluto portare sulla luna, sogno che purtroppo s’infranse contro il destino che la portò via a 67 anni, dopo quasi 20 di lotta strenua e ammirevole contro il Parkinson. Ma di materiale lasciato in eredità ce ne sarebbe in abbondanza per mettere in piedi ben più di una mostra. Grazie all’Archivio Life di New York, a Palazzo Reale sono presentate oltre 100 immagini divise in 11 gruppi, quasi tutte in bianco e nero. Fa vita a colori a sè la parentesi legata al fotoreportage per Life del “56, Voices of the White South, uno spaccato della piaga del segregazionismo imperante in una grande fetta del Paese.

La fila per il pane dopo le alluvioni, Louisville, Kentucky (1937)

La Bourke-White dipinge con occhio intelligente il problema sociale, documentando la situazione in piccola scala a Greenville. Nasce nel Bronx, ma trova fortuna a New York nel 1929, anno cruciale per la sua carriera. Nella Grande Mela stabilisce il suo studio, dopo avere già maturato esperienze autonome di grande qualità e incisività nel suo Paese, come quelle nell’arsura delle fonderie di Detroit, dove restituisce con efficacia tutta la fatica altrimenti destinata a restare confinata dentro le mura delle fabbriche. Ma la Bourke-White, oltre al talento artistico, sa anche saltare sui treni giusti.

Adocchiata nell’anno della sconvolgente crisi a stelle e strisce da Henry Luce, cofondatore del Time, nel momento in cui questi ha la brillante idea di aprire una nuova rivista, entra senza problemi nel team e nel numero di debutto del progetto Fortune, firmando i primi fotoreportage che la portano in giro per il mondo, a cominciare dalla Germania, che visita nel 1930. Da un altro incontro fortunato, stavolta con lo scrittore Erksine Caldwell, oltre ad una relazione che naufraga nel giro di quattro anni, ha l’occasione per accostare la sua fotografia alla penna già in parte affermata di Caldwell, rivelando in un volume d’inchiesta intitolato You Have Seen Their Faces (1937) – il primo di una serie di libri a quattro mani di documentazione sociale sulla Grande Depressione – gli effetti della crisi americana sul Sud, già storicamente provato dal fenomeno della povertà. Con Luce intanto la collaborazione prosegue sempre in meglio, tanto che nel 1936 Bourke-White riceve l’invito per far parte di un’altra trovata editoriale di Luce.

È il settimanale Life, che la proietta fra il meglio della fotografia mondiale, preannunciandone l’impiego in situazioni di estremo pericolo per i suoi fotoreportage: dal ritratto di Stalin ripreso in pieno conflitto (prima donna a riuscire a fotografare lo statista sovietico) e dopo l’annullamento del patto di non aggressione, ai vari fronti alleati americani della Seconda Guerra Mondiale, per documentare la vita e le operazioni militari U.S.A., scortando l’aviazione in Inghilterra e in Nord Africa, quindi l’esercito statunitense in Italia e in Germania, dove documenta la liberazione del campo di concentramento di Buchenwald, coprendo la sua anima con un velo, come confesserà lei stessa in seguito.

Dopo la guerra continua il suo interesse accentuato per la politica e le grandi questioni sociali, ormai con un raggio d’attenzione internazionale, senza limiti di sorta e senza disdegnare nuove armi da sfoderare: come il tempismo con cui, dopo due anni di soggiorno in India (1946-48) per riprendere l’attività diplomatica di Gandhi facendo luce sulle premesse all’indipendenza indiana, ne ottiene ritratto e intervista proprio nel giorno dell’assassinio, incontrandolo poco prima che venisse raggiunto dai famosi spari mortali. E il caso vuole, l’ultimo giorno disponibile prima che la fotografa s’imbarcasse per l’aereo di ritorno. Viaggiare diventa per lei una piacevole e irresistibile abitudine professionale, che la conduce con il suo sempre carico bagaglio di macchine fotografiche in Sud Africa per l’Apartheid (1950).

L’ultima sala è probabilmente la più intima e malinconica, perchè grazie ad Alfred Eisenstaedt per una volta la Bourke-White sta dall’altra parte dell’occhio fotografico, raccontando il dramma della malattia. Insomma, tante avventure che raccontano di una professionista che, si può dire, non si accontentasse mai, ed è lei stessa a confermarlo: “Per un fotografo ascoltare belle storie non basta”. Il fotografo deve infatti avere qualcosa da mettere a fuoco. Nel giro di due decadi ad altissima visibilità raggiunge una notorietà impensabile che la elegge ad autentica icona del settore, facendo parlare le colonne dei giornali non solo per lo stile professionale, ma anche l’abbigliamento.

Fra le ragioni di un successo fantastico domato solo dalla malattia che in breve arriva ad immobilizzarla, tante sono le possibili risposte, tra cui la mancanza di figli, che probabilmente ne favorì un’ascesa artistica che ancora oggi ha pochi eguali fra le donne. 

L’esposizione è accompagnata da un catalogo, edito da Contrasto. In occasione della mostra, Cineteca Milano| Museo Interattivo del Cinema, in collaborazione con Palazzo Reale e Contrasto, presenta dal 13 al 31 ottobre la rassegna cinematografica Prima, donna. Margaret Bourke-White in 11 film.

Accesso gratuito alle proiezioni presentando al MIC il biglietto della mostra e ingresso alla mostra con speciale riduzione (10 € anziché 14 €) per i possessori di Cinetessera 2020.

Info 

Prima, donna Margaret Bourke-White

25 settembre-14 febbraio

palazzorealemilano.it

Giorni e orari: Lunedì: chiuso – Martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica: 9:30 – 19:30 – Giovedì: 9:30 – 22:30

Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

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