Chen Zhen, il maestro della Transesperienza unisce il mondo al Pirelli HangarBicocca

L’arte come scontro tra espressività orientale e occidentale diventa protagonista fino a febbraio 2021 al Pirelli Hangar Bicocca, grazie all’artista capace di porsi come cerniera tra due mondi solo apparentemente lontani, Chen Zhen. Negli impressionanti ambienti ex industriali dell’Hangar, attraverso l’esposizione Short-circuits a cura di Vicente Teodolì, svettano oltre 20 installazioni dell’ultimo decennio “90 di Zhen (1955-200), che con il loro formato, più che monumentale, in alcuni casi mastodontico, intrecciano in maniera sorprendente cultura dell’est e l’ovest del mondo.

Una concezione di opera molto aperta, che l’artista ha maturato viaggiando ma senza mai lasciarsi completamente infatuare dal luogo di soggiorno, ma filtrando sempre la realtà locale con la propria cultura di provenienza: una simbiosi attenta, ma non totale, insomma. Quest’ottica molto personale lo pervade al suo approdo in Europa, a Parigi nel 1986 – fino a quel momento si dedica per lo più alla pittura –, e ne caratterizza tutta la successiva produzione fino alla prematura scomparsa. In questo tipo di approccio noto come transesperienza, Zhen non si sottomette totalmente alle nuove culture che incontra, ma piuttosto le assimila in maniera intelligente integrandole con il suo bagaglio di conoscenze già in suo possesso.

Nascono così opere che ambiscono ad insinuare una riflessione su temi globali come il consumismo, che talvolta fanno anche abile ricorso all’elemento sonoro. L’incessante riferimento al divario fra le culture mondiali trova l’apoteosi espressiva in opere come Round table – Side by side del 1997, in cui Zhen installa sedie provenienti da tutto il mondo nello stesso tavolo, incidendovi al centro le parole, “eterno fraintendimento”, riferimento all’impossibilità di una fusione completa delle varie culture che non potrà mai avvenire.

Ma la riflessione spesso investe anche l’essere umano tout court, come in Cristal Landscape of Inner Body (2000) dove 11 organi umani di cristallo, materiale che simboleggia la vita, l’eleganza e la sensibilità, si contrappongono al nero del supporto che rivela la pesantezza della società in cui l’uomo è inserito. Le sue spesso enormi elaborazione risentono notevolmente della globalizzazione. L’intreccio culturale si può apprezzare molto bene anche in Jardin-Lavoir, 11 letti-culle trasformati in vasche in cui giacciono sotto il pelo dell’acqua giocattoli, libri, televisori, colpiti da piccoli zampilli d’acqua che richiamano il giardino zen.

Una delle lavorazioni più impressionanti dell’intero itinerario, che non ha un ordine di visita predefinito, è Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song) che sorprende il visitatore all’ingresso nell’hangar. È un’installazione composta da letti e sedie provenienti da varie parti del mondo e ricoperta di pelli, che ha in potenza le abilità di uno strumento da percussione ma di proporzioni impensabili. Il 5 novembre 2020 e il 14 gennaio 2021 all’interno del public program della mostra, in effetti, vibrerà, in uno spettacolo che coinvolgerà danzatori e percussionisti. Ma per tracciare una sintesi, cosa sono quindi i corto circuiti? È la linfa vitale che lega tutte le installazioni in visione, in cui il silenzio della cultura buddista viene soffocato dallo scarto e dal rifiuto prodotto dalla società dei consumi.

Chen Zhen, The voice of migrators (1995)

Info

Short-circuits – Chen Zhen

15 ottobre-21 febbraio 2021

Pirelli HangarBicocca, Milano

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