Per le strade mercenarie del sesso, al PAC si svela la società invisibile

In 10 giorni, con la mostra Per le strade mercenarie del sesso, il PAC di Milano e l’associazione onlus RISCATTI rafforzano l’intesa su un terreno sociale che ha già raggiunto un successo inimmaginabile solo sette anni fa, quando tutto è partito. L’idea nata dal cuore della giornalista Federica Balestrieri nel 2013 non è più una scoperta, ma una realtà consolidata che ha aiutato, e aiuta tuttora a venire fuori dalle infime sabbie mobili della vita di periferia tante persone, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica sui valori della solidarietà.

L’ultima conferma della bontà del percorso altruistico che conta su un network di associazioni, professionisti e amministrazioni pubbliche, è la sesta mostra allestita in sinergia tra le due realtà, dal 17 al 25 ottobre al Padiglione d’Arte Contemporanea. Una mostra che ogni volta vede protagonisti diversi dietro l’obiettivo, gli stessi artefici del proprio riscatto, che raccontano la difficile esperienza di vita da cui provengono. Sono persone senza fissa dimora, adolescenti malati oncologici, immigrati clandestini… e prostitute, come nell’edizione di quest’anno. Legata quindi ad ogni evento espositivo c’è una causa sociale che può servire a sostenere le attività delle realtà associative e non, che operano a diretto contatto con la tipologia di soggetto debole di volta in volta sotto la lente.

Ma in qualche caso l’obiettivo si spinge anche ben oltre. I senza fissa dimora al centro del progetto d’esordio del 2013, sono passati da un corso di fotogiornalismo a un concorso, fino all’incredibile svolta di poter lavorare per un’agenzia fotografica, alla mostra al PAC. Quest’anno la mostra allestita in via Palestro con 80 immagini provenienti “dalla strada”, oltre a un video prodotto da Visual Crew che entra direttamente nella realtà di strada con interviste alle “pattuglianti dei marciapiedi”, è stata realizzata dalle stesse vittime del racket a mezzo smartphone: 7 ragazze operative giorno e notte, per un viaggio nel cuore della prostituzione della periferia milanese e oltre, e dei bassifondi dell’anima umana.

Il percorso curato da Diego Sileo, duro quanto tremendamente reale, mette in risalto le differenze di ogni tipo di sfruttamento, da quello nigeriano che parte direttamente dalla madrepatria africana, ai modelli albanese e rumeno, più simili tra loro, e che tuttavia non cambiano lo stato delle vittime: oggetti di una tratta senza tregua, che devono difendere una dignità, e talvolta anche una famiglia. Senza dimenticare chi affronta il dramma del reclutamento in condizione di minore età.

Il progetto scava anche nelle differenze di sesso di ogni vittima, esaminando anche il caso transgender, tutt’altro che secondario, con un guadagno procurato in Italia di oltre 20 milioni di euro al mese. Nella costruzione di questo progetto ha giocato un ruolo chiave un terzo attore, la LULE Onlus (“fiore” in albanese) di Abbiategrasso, che da 20 anni risponde ai “bisogni degli invisibili” grazie ad un’associazione e una cooperativa, favorendo l’integrazione e l’autonomia di persone a rischio di esclusione sociale.

I numeri supportano la bontà dell’iniziativa portata avanti, con 2.000 donne vittime di tratta e violenza aiutate negli anni ad integrarsi e ad acquisire un’autonomia che per molte pare una chimera. Con la vendita delle foto in allestimento si continua ad alimentare la loro attività essenziale per una fetta di società che vive nell’oscurità. 

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