Graffiti ‘made in Brianza’ nel paese dei balocchi

Avete mai pensato all’esistenza di una “città dei balocchi”, affascinante eco realistico della suggestione collodiana e dall’anima colorata? Ebbene, adagiato su un dolce versante collinare della Brianza meratese s’insinua un borgo isolato, Consonno, che con un pò d’immaginazione ricalca questo luogo fatato foggiato in una dimensione sospesa. Per comprendere il segreto del suo fascino misterioso e romanzesco bisogna tornare all’alba degli anni “60 del Novecento, quando il vercellese Grande Ufficiale Conte di Villa dell’Olmo Mario Bagno (1901-1995) cerca di portare una ventata di appetibilità a questa zona, che complice la crisi del settore agricolo, si stava rapidamente spopolando.

Grazie all’acquisizione della località e alla realizzazione di una strada di collegamento con il Comune di Olginate, da cui dipende amministrativamente, il conte dà il là ad una nuova fase di vita della frazione, che in pochi anni si trasforma in un centro d’attrazione animato, non solo per chi vi abita, ma anche per chi arriva da fuori. Sorgono così nel raggio di poche centinaia di metri, tra le altre novità di un certo richiamo, una balera, un castello medievale, un albergo di lusso, un lunapark, un trenino panoramico e il “minareto”, un agglomerato di negozi e appartamenti su tre piani, così denominato per l’aspetto che ricorda quello della tradizionale torre delle moschee. Simboli e poli vitali che conferiscono un’aurea quasi magnetica al luogo dalle caratteristiche uniche, tanto da farle guadagnare l’etichetta di Las Vegas della Brianza.

Una serie di frane sulla strada di collina che lo collega ad Olginate, tra il 1967 e il 1976, porta però di nuovo il complesso a decadere nell’oblio pubblico e ad una fuga abitativa, e nonostante i tentativi del conte di risollevarne le sorti negli anni “90, inserendo una RSA nell’ultrastellato Hotel Plaza, nulla cambia nella vitalità del posto ormai persa, e anche la residenza chiude i battenti nel 2007. E questa volta la mazzata sull’immagine del luogo è più forte. Ma l’aspetto oggi apprezzabile percorrendo le pittoresche stradine di collina del meratese per arrivare in questo mondo a parte, tra Santa Maria Hoè e Colle Brianza, prima di immergersi in questo contesto avulso e oggi purtroppo desolato, è frutto di un’azione collettiva del 2007, quando un rave party mette il punto definitivo alla fase attiva e propositiva del luogo. Nell’occasione in poche ore spuntano graffiti e scritte variopinte vergate sulle strutture di questo scenario che ora ha assunto un aspetto apocalittico.

Negli anni successivi fino ad oggi la location ha acuito se possibile la sua nomea di “città fantasma” e spettrale, favorita da vandali che di tanto in tanto aggiungono segni di un arte murale clandestina in punti ancora intonsi, inserendo la loro firma ad un museo improvvisato a cielo aperto e work in progress. Il risultato è un museo del graffitismo, frutto di tante azioni personali libere, che a prima vista possono dare l’idea di un’unica macrooperazione decorativa comunitaria.

Qui non ci sono grandi nomi italiani del settore, ma l’originalità delle creazioni non manca di certo, e cogliendo il pretesto di una passeggiata si può apprezzare uno spettacolo colorato gratuito, integrato con i colori del paesaggio brianzolo e della vallata che si apre sotto il minareto.

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