Il vuoto al centro: l’autorevole deriva di Nadia Galbiati🎙️

Non c’è dubbio che trovare un posto speciale per il fattore “vuoto” nell’arte contemporanea sia un’operazione oggi culturalmente ardita, soprattutto perchè la scultura è storicamente sempre andata nella direzione opposta. Ed è pure indiscutibile come la materia sia sinonimo di spazio. Eppure questa è la sfida che anima da sempre le insolite elaborazioni in metallo di Nadia Galbiati (1975). Un sentire controcorrente che l’artista attiva con il suo studio a Pioltello, nella periferia milanese, porta avanti da sempre con convinzione traendo un’ispirazione costante e viva dai monumentali modelli architettonici che dominano la scena urbana meneghina del nuovo millennio, il suo indifferibile punto di riferimento metropolitano.

Così il profilo rinomato di skyline ed edifici simbolici, ma anche palazzi residenziali per la “Milano del presente”, regolati dall’alchimia unica che solo vetro e ferro sanno generare insieme (come insegna la scuola razionalista, da cui l’artista è evidentemente influenzata), dalla Torre Hadid del comparto City Life al Palazzo Zurich di zona Maciacchini, si trova spesso riprodotto in una versione personalissima nelle creazioni della Galbiati, sculture o installazioni verniciate. Proposte sia nella forma angolare delle sue “narrazioni urbane su ferro”, che tramite l’azione incisoria. Un duplice gioco di rimandi mai rinnegato, come ci confessa lei stessa. “Il rapporto fra la materia costruita e lo spazio vuoto è un motivo di analisi che mi è sempre interessato e che non mi stanco mai di approfondire – racconta Nadia – lo vedo un pò come il positivo e il negativo della stessa forma. La matrice del vuoto è infatti un punto di analisi che in genere sfugge allo sguardo disattento e rapido dell’osservatore, ma che ritengo dia maggiore completezza e senso alla materia. Allo stesso tempo prediligo lavorare il ferro rispetto alla materia plastica, forse proprio perchè finora la storia dell’arte ha già detto moltissimo sulla seconda tipologia, e io prediligo sperimentare.

Nadia Galbiati, Right angle (2018)

La mia ricerca si posa inoltre sull’elemento angolare, che trovo fondamentale per rappresentare in maniera esaustiva lo spazio e grazie al quale creo i vuoti. L’ambito di campo in cui realizzo questa indagine espressiva e stilistica è la città, a cui sono legata da una passione viscerale dal momento che l’ho vissuta e la vivo profondamente. In tutto questo il lavoro preliminare di fotoreportage è un’operazione fondamentale che fa parte del processo di creazione dell’opera stessa, e non è un caso se in alcune occasioni sono stata chiamata ad esporre nelle mie mostre la documentazione fotografica per far capire ai visitatori anche il percorso gestativo di ogni lavoro. Così ho fatto ad esempio per la personale del 2013 Esperienza strutturale allo Studio Vanna Casati di Bergamo, in cui in contemporanea ad un’altra mia mostra allestita nello spazio, ho messo a confronto, attraverso due sculture, il classico cemento armato a vista di stampo brutalista di una chiesa degli anni “60 di Giuseppe Pizzigoni, con un’altra declinazione di architettura sacra a Seriate, firmata da Mario Botta. È stata fra l’altro un’occasione d’oro per analizzare la deformazione e lo sconfinamento del quadrato nelle forme del rombo, un’altra ricerca tecnica che mi affascina”.

Ma l’essenza più completa del lavoro della Galbiati si può apprezzare e contemplare probabilmente nell’installazione Coefficiente Spazio, un lavoro in divenire che nel tempo ha acquisito nuovi elementi, riletto ogni volta in una chiave diversa a seconda della relazione possibile con lo spazio dell’ambiente espositivo. “Dopo aver fatto una mappatura fotografica del nuovo edificio dell’Università Bocconi di Milano, ho dato vita a questa articolata composizione che riprende sulle lamiere anche i dettagli dell’architettura dell’ateneo, esibendola in una sorta di mostra itinerante. È stata un’esperienza personalmente molto interessante perchè ho cercato di far dialogare nella maniera migliore possibile in ogni sede l’installazione in ferro che si presta a diverse modalità espositive. Dopo l’esordio alle Leo Galleries di Monza ci siamo spostati allo Studio Vanna Casati dove la struttura è stata montata in due nuclei per ragioni di spazio; lo stesso è stato fatto allo Spazio Heart di Vimercate che è un “white cube”, che per conformazione non permette la visione di un pezzo unico dimensionalmente così importante. Quindi al MAM Museo Gazoldo degli Ippoliti, Mantova, molto interessante si è rivelata in questo caso la chiave di lettura fornita dal contesto del dotato di un grande salone espositivo che oggi ha perso la sua connotazione storica. Un’identità rimasta nel solo affresco a soffitto del locale, e che però ha fornito lo sfondo ideale per creare un contrasto valorizzante per l’opera installativa. Dalla fisionomia a lamiera iniziale, la produzione ha assunto gradualmente un aspetto tridimensionale. Tappa conclusiva infine al Museo Messina di Milano”.

Va sottolineato che nel percorso professionale della Galbiati il viaggio ha un posto potremo dire essenziale, perchè da qui trae grande ispirazione per la realizzazione dei suoi lavori, oltre che dalla sua città. E una delle esperienze più arricchenti che ricorda a questo proposito con maggior piacere, è la residenza d’artista in Giappone a Fujimi, affrontata insieme a Claudia Canavesi nel 2008. “È stata un’avventura intensa di un mese in cui abbiamo fatto un’interrail tra Tokyo e Kyoto, mettendo a frutto la ricerca sulla luce e il suono nell’arte antica e contemporanea che abbiamo attuato direttamente sul territorio, nella galleria che ci ha ospitati, all’interno di un tempio shintoista. È stata una bella sorpresa anche per i responsabili del locale, più abituati ad accogliere l’arte tradizionale come la scultura in marmo o la pittura en plen air”.

Come detto, il viaggio e in generale lo spostamento è parte integrante del modo di fare arte della Galbiati, che su questo fronte, ammette come questo momento di rapporti forzatamente limitati, l’abbia portata ad entrare ancora in maggiore relazione con Milano. E dal capoluogo sono arrivate di recente anche le ultime ispirazioni dell’artista per nuovi cicli di lavori, e fra le architetture su cui è caduto l’occhio dell’artista spunta anche la Torre Hadid. Per gli altri, il consiglio che vi diamo se interessati, è di seguire il suo lavoro.

Da Esperienza Strutturale, Studio Vanna Casati – Bergamo (2013)

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