La potenza della luce di Dan Flavin in due poderose testimonianze lombarde

Come alcuni sapranno, le luci piene di atmosfera di Dan Flavin, tra i padri fondatori del minimalismo statunitense, sono tutt’altro che orpelli artistici a carattere puramente decorativo. In molti casi le sue invenzioni luminescenti, “accese” le prime volte all’alba degli anni “60 – inizialmente con una gamma cromatica limitata al blu del neon e al bianco – si impongono infatti nei luoghi per cui sono allestite, creando un’aura suggestiva che risalta in maniera spettacolare le architetture e gli spazi illuminati, e acquisendo volumi e dimensioni ben definite. Generatrici di immagini stabili, serie e raffinate, si collocano per la loro fissità monumentale agli antipodi delle luci psichedeliche. Per l’eccezionalità della loro struttura che ci appare consistente, Flavin (1933-1996) è stato molto spesso chiamato durante la sua luminosa carriera alla messa a punto di questi interventi in modalità permanente. In Lombardia sono presenti due siti ideali in cui farsi trasportare dalle trame iridescenti di Flavin.

La Chiesa Rossa a Milano

Santa Maria Annunciata in chiesa rossa, conosciuta anche come “Chiesa Rossa”, nell’omonimo quartiere nella periferia meridionale della città, è uno di questi. Edificio parrocchiale simbolo della zona in stile neoromanico, avviato dall’ingegnere Franco Della Porta e concluso da Giovanni Muzio che ne varia profondamente il progetto iniziale, viene inaugurato nel 1932 con una configurazione a croce latina e ad una navata terminante nell’abside. Al suo interno sono custodite, tra le altre fonti di curiosità, una reliquia del beato Carlo Gnocchi, un disco d’oro di 233 cm di diametro di Pino Pedato, proprio sopra l’altare, una statua di San Giovannino a firma Giacomo Manzù accanto al fonte battesimale, e in fondo alla chiesa, in posizione centrale, un tracciato d’acciaio circolare disegnato sul pavimento e di diametro quasi pari alla larghezza dell’unica navata centrale.

Ma sono senza dubbio le luci di Flavin ad ammaliare il visitatore all’ingresso in questo spazio sacro ed essenziale anche nell’arredamento, pressoché spoglio lungo le pareti laterali. Le luci ottenute attraverso l’impiego di lampade colorate sono divise cromaticamente a seconda della zona: dal verde e blu della navata, al rosso del transetto, fino all’oro dell’abside, dove compare un ulteriore preziosismo dato dalla luce di Wood inserita tramite una fila di luci al neon. Una disposizione che ricalca il passaggio del tempo quotidiano dall’alba al tramonto, e che in notturna è visibile anche stando all’esterno dell’edificio. Purtroppo Flavin non ebbe modo di vedere direttamente in funzione quello che fu il suo ultimo progetto, dal momento che si spense pochi giorni prima della sua realizzazione e attivazione, nel 1996. Passaggi di cui si fecero carico la Fondazione Prada, in collaborazione con il Dia Center for the Arts di New York e il Dan Flavin Estate. Ma questa non è l’unica perla luminosa che ci ha lasciato in eredità Flavin in Lombardia.

Villa Panza di Biumo

In un contesto completamente diverso, a Villa Menafoglio Litta Panza di Biumo, il padrone di casa conte Giuseppe Panza (1923-2010), collezionista con il debole per l’arte contemporanea d’oltreoceano, negli anni ha raccolto un cospicuo patrimonio di cultura, a completamento di una residenza di delizia del secondo Settecento, circondata da un parco da sogno nel centro di Varese. E se l’impostazione architettonica e del giardino della villa, aperta alle visite nel 2001, si è sviluppata di proprietario in proprietario, dai Menafoglio ai Litta fino all’ultimo facoltoso acquirente, la collezione che oggi fa capo al FAI, è frutto di una passione naturale del conte, apprezzabile sia all’esterno che all’interno della magione.

Gli arredi della villa, che annoverano insoliti esemplari di arte africana e precolombiana, dialogano con le circa 100 tele monocromatiche e le sculture minimaliste acquisite dal conte e poi dal Fondo, opere fra gli altri di Phil Sims, David Simpson e Ruth Ann Fredenthal. Ma è inoltrandosi negli ultimi locali al primo piano che si entra in una dimensione onirica e affascinante. I fasci di luce site specific originati dalle lampade di Flavin, con le loro tonalità intense, insieme alle altre installazioni ambientali analoghe di James Turrell e Robert Irwin – tutti ospitati nella residenza del conte in occasione delle loro realizzazioni site specific – portano il visitatore in un mondo a parte. Ogni stanza è associata ad un colore diverso e impattante. Sculture dove il vuoto acquisisce un valore di bellezza inaudita, e che rappresentano una memoria permanente a ricordo dell’opera assolutamente geniale di artisti, Flavin su tutti, che incarnano a livello estetico tra i massimi esponenti di questo filone “evanescente”.

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