Villa Panza scrigno di arte e bellezza, idea assoluta di un mecenate moderno

Non si sa se fosse obiettivo espresso del suo lungimirante artefice, il Conte Giuseppe Panza (1923-2010) che l’ha concepita negli anni “50 e condotta per quasi mezzo secolo prima del passaggio di proprietà al FAI. Sta di fatto che l’effetto suggestionante e straniante suscitato da alcuni pezzi d’arte della collezione di Villa Panza è una sensazione piuttosto diffusa che prolunga l’impressione di “mondo a parte” avvertita entrando nel reticolo di stradine che ci conducono all’ingresso della storica casa-museo, oggi centro dell’arte contemporanea dall’assetto unico al mondo.

Adagiata sul colle dalla vista privilegiata di Biumo Superiore, in centro Varese ma in apparenza molto distante dal caos, si presenta come una sontuosa stratificazione di idee di architettura e natura, al cui splendore attuale hanno contribuito con il loro personalissimo gusto, tre famiglie di nobili possidenti succedutisi dalla fine del ‘700: dai Menafoglio ai Litta, fino ai Panza. La stessa impostazione del parco con i tre parterre alla francese voluta dai Menafoglio a incorniciare la magione, è stata nel tempo mantenuta e rivista con piccole modifiche: prima con i Litta, che hanno mutato l’aspetto del secondo e del terzo parterre, portandoli a una configurazione all’inglese con l’aggiunta di alberi ad alto fusto nelle fasce perimetrali; quindi ritoccata ulteriormente nel ‘900 con l’inserimento della serra adiacente all’edificio e del tempietto sulla collinetta, voluti dall’architetto Piero Portaluppi, che completano un quadro di grande qualità e visivamente ben equilibrato. La ricchezza estetica della villa comincia quindi a rivelarsi già fuori dalle sue mura abitative, sostenuta dalle sculture di Land Art che dimorano nel parco di 33mila metri quadrati. Difficile non accorgersi passeggiando per il rilassante verde ben curato, di una casetta dallo stile nordico, parzialmente nascosta dal rigoglio della vegetazione, con cui l’artista texano Robert Wilson nel 2016 – nell’ambito di una delle numerose mostre temporanee allestite dagli anni “70 per dialogare con la villa, la collezione, gli arredi storici e il giardino – ha voluto omaggiare l’amore per la contemplazione e lo studio del conte, con l’evocazione di una figura pensante posata nell’atto della lettura, suggerita solo dalla presenza del calco di un avambraccio sospeso sopra una scrivania. Un’immagine magrittiana che si può solo intravedere attraverso le finestre di questa casa fiabesca, A House for Giuseppe Panza, entrata a far parte della collezione permanente. Mentre su un angolo del secondo parterre è ancora visibile Cupressus I, l’unico esito – opera in granito ricavato da un masso glaciale in Finlandia, di Peter Randall-Page – ancora apprezzabile del progetto Art in Nature che dal 2013 al 2015 ha visto un’intesa positiva tra la villa varesina e la storica rassegna di Land Art, Arte Sella in Val di Sella, nella natura alpina di Borgo Valsugana in Trentino, con mostre in modalità contemporanea di arte diffusa, allestite nei due pregevoli siti. Mentre un punto di sosta altamente consigliato, la corte d’onore che si affaccia sul primo parterre e scruta la carpinata dei sogni, è impreziosita da Cone of Water, altra perla lasciata in occasione di un evento temporaneo, dall’artista nordamericana Meg Webster nel 2016.

L’anima della collezione, fortemente influenzata dalle correnti nord americane del Secondo Novecento, si apprezza però in tutta la sua essenza ed eleganza all’interno della villa, divisa funzionalmente in due parti – l’Ala padronale e il settore dei Rustici e delle Scuderie – che hanno accolto gradualmente lo straordinario corpo di opere in circa mezzo secolo, frutto di acquisizioni onerose del conte così come di generose donazioni, passate per le amicizie coltivate da questo eccezionale mecenate moderno. Il patrimonio complessivo conta in totale circa 2.500 opere tra pitture, sculture e installazioni, distribuite anche in altre prestigiose sedi espositive nel mondo, che nel tempo hanno acquistato o preso in prestito parte di questi beni, di cui la più cospicua, oltre al nucleo di Villa Panza, è custodita al Solomon Guggenheim di New York. Il cuore della collezione di Villa Panza è riempito indubbiamente dai movimenti minimalista, concettuale e ambient, le cui tracce appaiono, scompaiono e ricompaiono nel percorso di visita in forme a volte capaci di trasportarci in dimensioni ultraterrene, e che nell’ala padronale instaurano un felice dialogo con le sculture africane e precolombiane e gli arredi storici della villa.

Si parte cronologicamente dagli anni “50 dell’informale e di Franz Kline, un crocevia fondamentale con la sua opera Buttress (oggi al MOCA di New York) acquistata nel “54 da Panza, in occasione di un viaggio assolutamente condizionante per la scelta di vita di coltivare con decisione l’arte. Negli anni “60 la raccolta risente della forte corrente che soffia da oltreoceano della Pop Art, e accoglie nomi del calibro di Oldenburg, Rosenquist, Lichtenstein e Segal. Negli anni “70 Panza si fa impressionare dalle luci al neon e dagli ambienti immersivi dei pionieri del Light and Space californiano, James Turrell e Robert Irwin, e in parallelo dalle “architetture luminose” di Dan Flavin. Il primo piano dei rustici è tutto dedicato alla loro lluminante ricerca ed è improntato su elaborazioni site specific e spazi da contemplare. Dal Varese Corridor (1975) di Flavin, rischiarato da 207 tubi al neon di luce verde, gialla e rosa, si passa così a contemplare locali di concezione unica con aperture all’esterno, come Lunette di James Turrell (1974) o Varese Portal Room di Robert Irwin (1973), da vivere in silenzio estatico e profonda meditazione. Allo stesso periodo (1976) e simile a queste come genere di opera ambientale con cui relazionarsi, risale Varese Room della tedesca Maria Nordman, al piano terra dei rustici, dove una lama di luce spezza l’oscurità di una stanza che va vissuta almeno per un quarto d’ora. Negli anni “80 e “90 e visibile nell’ala padronale, si colloca invece una serie nutrita di acquisizioni di stile concettuale che annoverano dipinti di formati spesso importanti e sculture: sono i monocromi tra gli altri di Phil Sims, David Simpson, Ruth Ann Fredenthal, Allan Graham, e, rarissimo esponente italiano nella raccolta, Ettore Spalletti. Queste creazioni trovano un senso più marcato nel loro relazionarsi con la luce naturale, che nelle giornate di sole entra dai finestroni irrorando le superfici monocolori e donando un candore inaspettato. Sono opere testimoni della curiosità del conte attorno alle cromie intense e alle reazioni dei pigmenti alla luce naturale. Le acquisizioni non si sono fermate neanche con il passaggio della proprietà al FAI, che ha proseguito nel solco tracciato dal grande donatore, includendo opere di ogni dimensione, anche particolarmente contenute e delicate come nel caso delle lavorazioni organiche desunte direttamente dalla natura di Christiane Löhr.

Oggi molti degli ambienti presentano una disposizione delle opere che è mutata rispetto ai criteri museografici indicati dal conte nel 1996 nel passaggio della proprietà al FAI, anche se l’evento del 2020 Villa Panza. Un’idea assoluta, organizzato in occasione del decennale della morte dello storico proprietario e del ventennale dell’apertura della casa-museo alle visite, ha rispolverato parte dell’allestimento pensato dal Conte. Se nel portico delle scuderie è quindi sempre possibile ammirare Shrine (1985) dell’artista afro-americano Martin Puryear, dello stesso autore si è potuto contemplare solo in quel riallestimento eccezionale ad esempio la monumentalità di Desire (1981). Originariamente collocata nella Scuderia Grande, l’imponente ruota di bicicletta di gusto ancestrale realizzata in legni di diversa origine, è stata una delle ultime scommesse del conte (2007). Con essa Panza ha saputo infatti inoltrarsi fino ai confini del minimalismo statunitense, accettando la sfida di esibire questo superbo esempio di perizia artigianale che dialoga con l’ampia volumetria e la luminosità della Scuderia, evocando nella gabbia rovesciata da cui parte un’asta collegata alla ruota (allusione alla speranza di liberazione), lo stato di sottomissione delle popolazioni nere. Il patrimonio della raccolta è sempre in continuo arricchimento grazie alle numerose donazioni degli autorevoli artisti che periodicamente espongono e desiderano lasciare un segno riconoscente. 

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