Il pretesto culturale di Alberto Gianfreda: la resilienza in scultura

Mostrare la capacità di resilienza dei materiali, tra loro e con l’ambiente espositivo, senza disperderne l’essenza più intima, è un esercizio espressivo che si fonda sull’abilità fondamentale nell’interfacciarsi con le loro proprietà, come anche di saperle inserire con armonia nei contesti più disparati: dallo spazio pubblico e privato, al sacro fino all’impresa. Nasce con questo tipo di logica la ricerca artistica di Alberto Gianfreda (Desio, 1981). Diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove oggi è docente di Tecniche per la Scultura, è fin da subito animato dall’idea di definire l’identità dei materiali e il rispettivo grado di adattamento l’uno all’altro.

Con questa filosofia ispiratrice di base, le sue sculture si profilano come binomi sorprendenti in cui spesso il dualismo tra materiali non omogenei genera campi emozionali fondati proprio sullo scarto fra le tipologie impiegate. Precorritrice di questo approccio di assemblaggio è la serie Riunire il disperso (2003-2005), in cui Alberto gioca, utilizzando blocchi compatti, sul confronto ferro-ferro o ferro-pietra, dove l’attenzione di chi guarda risulta inevitabilmente attratta dalla lampante divergenza delle forme con cui si presentano i materiali. Gradualmente l’artista si apre a formati sempre più ampi e ad elementi diversi, introducendo in questi insoliti dialoghi scultorei, varianti come legno, marmo, piombo, per arrivare alla ceramica, la sua ultima frontiera, che indaga a modo suo, “distruggendo” vasi cinesi e riassemblandone i pezzi, e dando così vita a variazioni formali che sono uniche in uno specifico momento e allacciate alle rapide mutazioni del nostro vivere. In sostanza il suo operare riunisce quindi elementi apparentemente distanti, facendo nascere nuove forme di concetto.

Un paradigma chiaro lo si ritrova anche nella serie Frequenze (2005-2010), dove fasce in ferro congiungono elementi longilinei in legno. Con i cicli successivi, Limite Mobile e Variabili, Alberto inizia anche a lavorare a forme meno rigide e più leggiadre, dove connubi in legno e ferro resi in modalità dinamiche e sinuose, appaiono “srotolati” nello spazio. Con gli ultimi cicli e quelli presenti, Resilienti e Icone Resilienti, il suo interesse si è infine posato sull’attitudine alla mutevolezza delle sculture, divenute ancor più chiaramente simboli dell’adattamento che il veloce flusso dei cambiamenti del nostro tempo ci impone. Il processo formale che traduce questa ineludibile necessità del mutare per adattarsi, prevede spesso l’assemblaggio di pezzi o di frammenti, uniti mediante il ricorso alle catene in alluminio. La sua ricerca ormai ventennale sul rinnovato rapporto tra sculture e spazio, legati dalla variante dell’adattamento, ha assunto nel tempo un impegno culturale che l’artista brianzolo nel 2014 ha scelto di condividere con altri nomi della scultura italiana, e grazie alla sostegno e alla sensibilità sull’argomento della critica d’arte Ilaria Bignotti, co-fondando il movimento Resilienza Italiana. Il progetto ha avuto vita piuttosto breve, ma Alberto non rinnega il tentativo fatto di coinvolgere altre menti impegnate nello stesso campo e animate da una visione simile sul terreno della scultura e della sua funzione.

Ma il suo sguardo aperto lo ha portato a creare anche opere a carattere permanente, ammirabili in contesti pubblici e dalla dimensione ambientale, nell’ottica quindi di un concetto di resilienza sempre a portata di tutti: fanno parte di queste Tavola di condivisione, commissionata da AVIS nazionale in occasione di Expo, oggi a Palazzo Lombardia; e l’altare e l’ambone della chiesa dei Tolentini a Venezia. Strutture centrali per le funzioni, entrambe permeate da uno stile inusuale per l’ambiente in cui s’inseriscono, rese ancora più eccentriche dai frammenti che hanno in sé la potenzialità di attirare la luce e quindi gli occhi dei fedeli. Fra le mostre recenti si ricordano nel 2019 Ornamenta alla galleria Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza, e Mirabilia al Museo Civico E. Barba di Gallipoli (2020), che ha proposto un assortimento di frammenti di ceramica assemblati in un dialogo felice con la collezione di vasi messapici e le altre raccolte che impreziosiscono un museo locale particolarmente ricco di attrazioni. Per quanto formalmente il progetto di una resilienza italiana si sia dunque arenato, il lavoro di recupero e di ripensamento dei valori culturali portato avanti dall’artista desiano, si può dire procedere autonomamente.

Alberto Gianfreda, dalla mostra Ornamenta, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza (2019)

Foto nell’articolo Crediti: Alberto Gianfreda

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