Architettura urbana e pagine antiche nella terza via creativa di Nicolò Quirico

Ridefinire la funzione finale della fotografia d’architettura nel nostro paese equivale a ridiscutere la linea guida tecnica italiana che ha contrassegnato gran parte dello studio dell’immagine nel Novecento. Possiamo quindi definirla un’ambizione per pochi e accreditati profili, ed è quella che istintivamente sembra muovere la volontà espressiva di matrice concettuale di Nicolò Quirico (Monza, 1966). L’impressione iniziale è confermata ammirando le vedute di città italiane ed estere inserite nella sua “evoluzionaria” ricerca visuale.

Quella consolidata nel tempo dall’artista brianzolo, attivo nella sfera della comunicazione visiva e nell’editoria, ha infatti tutte le credenziali di un’indagine accurata che mira a sintetizzare – non opponendoli, ma piuttosto unendoli – due indirizzi operativi che hanno imperversato nel secolo breve nel panorama moderno italiano dell’obbiettivo legato alla fotografia urbana: da una parte quello puramente descrittivo offerto da scenari architettonici nella loro rappresentazione più vera e immediata, filone che da fine Ottocento ha inaugurato una tradizione nostrana del rullino fortunata, con i vari fratelli Alinari, Tommaso Cuccioni e Carlo Naya fra gli altri, proseguita dai coniugi Becher nel secondo Novecento, in questo caso tramite un interesse prevalente e ben noto per le architetture industriali –; dall’altro lato Quirico richiama, con una modalità comunque autonoma, l’orientamento sociale dell’attività documentaristica del Touring Club Italiano imboccata nella seconda metà degli anni “70 dall’associazione culturale e turistica. L’artista però non punta a sintetizzare i due approcci, ma supera questa dicotomica suddivisione, trasfigurandola in un valore aggiunto e inaudito per l’osservatore, abituato ad altre tipologie più comuni di narrazioni fotografiche. Il risultato è un modo inedito e accattivante di raccontare i paesaggi urbani, quello suggerito da Quirico.

Nicolò Quirico, Organo architettonico, Parigi (2015)

L’idea guida di questo progetto a lungo termine, intitolato Palazzi di Parole, si sviluppa nella volontà di suscitare nell’osservatore un effetto sorpresa gradevole, catturando scorci alternativi di monumenti e luoghi identificativi di città turistiche italiane ed europee che tutti abbiamo più o meno in mente, e ricomponendo questi frame di realtà illustri in collage d’impronta assolutamente innovativa. Il piano di ripresa, mai banale, ci fa riflettere sul valore aggiunto della fotografia di Quirico, nel saper rileggere siti come il Louvre, già archiviati serialmente nella nostra mente in visuali ben precise, secondo inattese e sorprendenti angolazioni. È grazie al suo metodo se apriamo gli occhi e ci accorgiamo ad esempio che il Centro Culturale Pompidou di Parigi ha tutta l’aria di un grande organo variopinto all’aperto.

E il tasso di difficoltà dell’esercizio innescato dall’artista, viene aumentato da un altro espediente che visto nella complessità di queste installazioni, suona come un’altra intuizione brillante e delicata, tutt’altro che secondaria nell’economia generale delle sue composizioni. Il ricorso alle pagine di antichi libri come supporto per la stampa delle foto ricomposte, è un tocco di gusto sopraffino, che raggiunge vette ancora più elevate nella selezione attenta da parte dell’autore, delle pagine su cui sono impressi questi scorci d’autore assemblati. Relazioni a volte non immediate da interpretare dal punto di vista di chi osserva, che d’altro canto può riflettere eccome, sugli effetti della luce sottolineati dalle riprese intelligenti dell’artista, che non a caso ha scelto la ville lumiere fra le prime città della sua dinamica ricerca.

Sulla base di questi criteri tecnico-compositivi, risulta chiaro come parlare di fotografia d’architettura nel caso di Quirico sia molto più che riduttivo. Le sue idee concettuali così ordinate si presentano come autentiche pagine d’architettura, come assonanze urbane inaspettate, capaci di aprirci spunti di riflessione impensabili su realtà urbane e metropolitane che credevamo di aver già esaurito nella loro disamina fotografica. Parigi, Londra, Venezia, Genova, Napoli, Bologna e altri contesti dimensionalmente analoghi, vengono rivisti sotto una lente che mette a fuoco simboli cittadini, interni ed esterni di edifici celebri, e li accosta in soluzioni spesso cariche di teatralità.

A Genova forse si può testare meglio di qualunque altro caso, l’ideale equilibrio narrativo che l’autore è riuscito a conferire al suo personalissimo fotoracconto, risaltando tutte le anime principali che la “Dominante” è in grado di offrire: dallo sfarzo degli edifici aristocratici come Palazzo Bianco, a quelli religiosi – vedere ad esempio la Cattedrale di San Lorenzo – ripresi da punti di vista “costruiti ad arte”, con il supporto magari dei leoni stilofori che, messi in primo piano, infondono uno spiccato senso scenografico alle inquadrature; fino a raggiungere l’area portuale, dominata dal Bigo, l’ascensore panoramico che “eleva” letteralmente lo sguardo sulla città marinara. Come si può notare, in questo pensato e sottile gioco di incastri di luoghi e monumenti, la fantasia diventa il mezzo per ridisegnare la città. Ma non solo, perchè i titoli delle opere ci aprono un mondo ugualmente visionario, in cui i container centrali nel paesaggio portuale diventano solidi del gioco virtuale Tetris, e le colonne dei palazzi ci sembrano invece gambe umane, in un esercizio di associazioni che fa naturalmente sorridere.

Il coronamento di questa ricerca ormai strutturata ha portato alla nascita della “terza creazione” di Quirico, il progetto originato dall’unione del medium fotografico e del collage di pagine di libri antichi, che ha trovato uno spazio di vita privilegiato tutto suo a fine 2020, nella storica Villa Castelbarco Pindemonte Rezzonico di Imbersago (Lecco). Un luogo storicamente centrale per questo contado fin dal Medioevo, specialmente sotto l’aristocratica casata Castelbarco, che qui risiedette ed esercitò il suo potere tra Sette e Ottocento. In visione permanente e in stretto dialogo con gli ambienti della vasta magione, cinta da un parco da favola, si trovano alcuni dei modelli del suo progetto di lungo corso, dove all’orizzonte si intravedono già nuove città del mondo ancora inesplorate da approfondire, anche extraeuropee. 

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